Giuseppe Ferrara, “Appunti di viaggio di un funambolo muto”, Tracce, 2015

Appunti di viaggio di un funambulo muto (Tracce, 2015) di Giuseppe Ferrara lo si può considerare una sorta di autobiografia poetica. Certo, con caratteristiche differenti da una canonica autobiografia, ma con appigli diretti e non celati al suo vissuto, alla sua personalissima interpretazione della vita, al suo non essere assolutamente assoggettato ai confini disciplinari, e dunque alla sua capacità di seguire il filo dei suoi interessi che passano serenamente dalla fisica alla poesia, dalla filosofia alla letteratura, dall’occidente all’oriente, e via così… insomma, sorvolando con divertito distacco le categorie in cui la nostra tassonomica civiltà inscatola la cultura.

Detto questo, Giuseppe è un poeta, e il fatto che il funambulo sia il poeta (e dunque lui stesso, o la sua “rappresentazione” del poeta) lo diamo per scontato, ma scontato non è, almeno non in questi termini:

 

Il funambolo muto

 

Per quanto m’immerga nel vuoto

le mie mani non si svuoteranno mai.

Per quanto affoghi nel silenzio

i battiti restituiranno l’eco

del cuore, e i passi quella del respiro.

Sono impermeabile e invisibile al nulla,

un funambolo muto in un cielo

che indossa lo stesso colore.

Quando avrò percorso tutto il filo

la luna risponderà al mio sorriso

come per chiudere una parentesi

o per sgusciare dall’asola schiusa

e sfilarsi la notte di dosso.

 

Dunque il filo come filo della vita, ma di una vita da vivere come fosse un’arte, l’arte del funambolo:

 

Sulla terrazza degli Uffizi

 

Dal tavolino esageratamente lindo

dove facciamo colazione

subisco l’altezza del palazzo vecchio

e il peso della sua bellezza. Un funambolo

è al lavoro sui suoi merli, sottile

come la fune che lo tiene in aria.

Resta un momento, sull’equilibrista,

sulla vacuità mentale del suo atto

su quella castità di pensieri

necessaria al guadagno delle pose.

A tutti qui può capitare di incontrare

un critico vanesio o il notabile che sfreccia

in bicicletta e sale nel suo ufficio in ascensore.

Ma un funambolo!

Tutti sono capaci di tenere

sul naso un paio di occhiali in equilibrio

di pedalare e stringere un manubrio

oppure, come noi, di innamorarci.

Ma fare della vita un’arte,

di una passeggiata un quadro

di un movimento un atto, questo,

credimi:

questo appartiene ad altro.

 

Per fare di qualcuno un funambolo occorrono alcuni strumenti: un filo sospeso e teso da un punto a un altro, e un bilanciere che gli consenta di mantenere l’equilibrio su una strada sottilissima, più sottile del piede che la calca, e soprattutto che non ha un ciglio. L’errore è fatale e dunque un funambolo mette in gioco la sua vita. La espone al pericolo, che tutto sommato è un’esposizione alla vita stessa.

Il viaggio è certo che cominci dalla terra, da dove parte il filo, ed è altrettanto certo che alla terra deve arrivare, dove il filo finisce. Quindi il filo è teso da terra a terra, e “simbolicamente” il punto di partenza è anche il punto di arrivo. Non propriamente lo stesso, perché in fondo c’è stato uno spostamento da un luogo all’altro, ma soprattutto c’è stato in mezzo il viaggio.

Benché lineare il percorso sul filo, iniziando dalla terra per finire sulla terra, in realtà possiamo figurarcelo circolare, oppure assumere una prospettiva ontologica e pensarlo in forma di spirale: mai si torna veramente indietro.

 

Spirale

 

Quando ti volgerai

per ritornare da dove sei venuto

stringi più forte il bandolo.

Potresti perdere l’orientamento

come accade al funambolo

quando balbetta sul filo

che lo vorrebbe muto.

Direzione e destino, il verso

dunque, e la sua origine.

Così andare avanti

è tornare a capo, dove si

è già stati. […]

 

Camminare sul filo è in definitiva come la scrittura poetica: la inizi da un punto e procedi sul suo filo senza sapere dove ti sta portando. La poesia si scrive da sé, qualcuno ha detto, eppure su quel filo ci sei tu, e ogni parola che stai per mettere sul foglio è come il piede alzato del funambolo che penzola nel vuoto, e poi s’abbassa nel passo che avanza. Ed è lì, proprio lì che ti accorgi sei il filo/poesia tiene.

 

Sul monte S. Biagio

 

Da quassù avverto

la profondità della costa.

Anche nella cecità del tramonto

o di un accennato chiarore d’alba

prevedo la stessa disposizione

di scogli, isole e approdi

orditi che si lasciano infilare

da trame di maree lucenti.

E il miracolo invisibile si ripete

per ogni filo e segno

tra un passaggio e l’altro

piano emerge il disegno.

E quanto più il mio passo

pende verso un silenzio vuoto

tanto più il filo dolcemente vibra –

                                                                  e tiene –

 

L’immagine: The Tightrope Walker di Robert Weigand