Giovanna Menegus, Quasi estate, ExCogita, 2017

Libro di esordio per Giovanna Menegus, per quanto sia già in rete dal 2016 con il blog https://crudalinfa.org/, ed è un ottimo esordio visto che è stato selezionato e confezionato da MasterBook, il master di specializzazione dei mestieri dell’editoria dello IULM, con la collaborazione  editoriale di ExCogita.

La raccolta si suddivide in cinque sezioni che potrebbero, ciascuna di per sé, pretendere una propria autonomia e tuttavia quella centrale – dal titolo significativo di “Orfiche” – sembra con maggior forza imporsi sulle altre, indicando la traccia da seguire per inoltrarsi nel vasto mondo sensoriale di questa poetessa.

Va detto che l’eventuale orfismo di Giovanna nulla ha a che fare con l’antica religione greca o con alcune esperienze letterarie del primo Novecento. La radice è lei stessa a rivelarcela, mettendo in esergo a questa sezione la prima parte del primo verso del primo dei Sonetti a Orfeo di Rilke: Da stieg ein Baum, che Franco Rella traduce con Lì si levò un albero. È noto che in questo primo sonetto, pur utilizzando la vista come quel senso che consente l’approccio al mondo, Rilke indica l’udito (o l’ascolto) come il senso privilegiato per accedervi in profondità, e sarà il segno distintivo di tutti i Sonetti così come delle Elegie che completa nello stesso giro di tempo.

Proprio nell’alternanza tra ciò che viene dipinto dalle dettagliate descrizioni naturali di Giovanna, e ciò che si ascolta attraverso la voce (dunque il suono) che i suoi versi chiedono, si gioca una poetica che non teme di farsi accompagnare – senza nasconderlo – dai grandi poeti del passato (tra questi, oltre a Rilke, per esempio E. Dickinson, N. Sachs, G. Trakl, D. Thomas, oppure L. Erba, A. Merini…), ma lo fa quasi tenendoli in filigrana, o come un pittore utilizza il rosa Tiepolo, il blu Klein, il bruno Van Dyck…

 

Conchiglia, carillon (p.21)

 

E non ho ancora capito

se questa che m’ostino a sentire

ben più delle parole di chi mi sta vivo accanto

 

sia la voce del mare in una conchiglia

– ed io il guscio vuoto in cui risuona,

nulla senza un orecchio che per gioco

a sé l’accosti –

 

o la musichetta metallica e inceppata

della ballerina nel carillon,

che gira inchiodata sulle punte

e tra il raso rosso e polveroso

solo sé riflette nel minuscolo specchio

su cui fra poco

il coperchio

di scatto si richiude

 

(sempre detestato i carillon)

 

 

p. 50

 

I verdi ossimori, i dolci sicomori

risciolgon voce

– quel filo in fondo al pozzo –

la poverissima, fuggevole materia

di sillabe e suoni che sfidano

a generare musica,

suscitarla dal silenzio:

schiudere luce

dal cielo di febbraio

 

 

p. 68

 

Ho controllato la punta delle dita

in cerca di gemma

o corolla fiorita.

Ancora niente.

Eppure sento questo verde urgente,

sottopelle

una cruda linfa pulsante