Giovanna Menegus, “L’occhio fotografico”, Macchione 2018

L’occhio fotografico è l’ultima sezione (ma anche il titolo) della più recente raccolta di poesie di Giovanna Menegus. Trentaquattro poesie (con un Poscritto o a parte) che sfilano lungo le pagine la descrizione intensa di paesaggi o scene raggruppati in tre “tempi”, raccolti tra la fine dell’estate e l’autunno inoltrato.
Il titolo potrebbe suggerirci che l’intento di Giovanna sia quello di restituire in purezza e in fedeltà ciò che l’ha attratta, con la stessa esattezza, appunto, di un occhio fotografico. Ma non è l’esattezza a essere cercata da questi versi. Piuttosto c’è la volontà di scrivere versi che abbiano la stessa immediatezza comunicativa che hanno le immagini visive. Ovviamente, quella di Giovanna non può che essere una tensione più che un obiettivo. Il mezzo usato, la scrittura (sia per l’autore, sia per il lettore) non consente l’immediatezza del colpo d’occhio (fotografico, non pittorico) che solo apparentemente consente una registrazione fedele della realtà. Neppure ai fotografi, e tra i fotografi ai reporter è consentita questa oggettività che si raggiunge a discapito della soggettività, che emerge di fatto nella scelta, nello scarto, nella composizione, nei tempi…
La soggettività emerge comunque, dunque quel che si può fare è scarnificare la scrittura (chissà perché ho pensato a certe poesie di Pierre Reverdy) fino a renderla essenziale, azzerare il pensiero, e nell’essenzialità evocare l’immagine come ridotta alle sue linee primarie. E questo Giovanna lo sa fare molto bene:

Frequente un fruscio, un fremito
in questi giorni d’inizio settembre
anima il terreno – uguale
 
se sono foglie che cadono dai rami
e le torce un filo di vento:
 
o dorati uccelli, che ecco in un guizzo
            già si rialzano

Il linguaggio (forse) tende al visivo eppure, come anche qualsiasi buona fotografia, allude sempre a qualcos’altro, e questo qualcos’altro è la singolarità del colpo d’occhio, delle associazioni evidenti o soltanto suggerite che il lettore coglie o non coglie sulla base non certo di un algoritmo, ma di puri e semplici (si fa per dire) stati d’animo. Non sono i segni a dettare le regole, ma le connessioni tra un segno e l’altro che, nella poesia, si chiamano versi laddove le parole sono i segni.
E singolarità è anche l’attenzione smarrita (accesa) nel dettaglio, perché è nel dettaglio che sta la differenza, come sta nel sentimento che lo isola dandogli vita e senso. Ma nessuno sa quale voce chiama a guardarli quei particolari, a girare la testa da una parte anziché dall’altra, attratti da qualcosa che non era nel campo visuale, ma che chiede la nostra attenzione quasi con forza gravitazionale. A volte è un bagliore indistinto e compreso solo dopo aver percepito l’irradiazione di un dettaglio:

L’evònimo solitario avvampa
bacche e foglie d’un eguale rosso
brillante al sole basso:
 
gli infiniti colori del bosco
digradano e ruotano tutti
intorno al suo perno di porpora

L’occhio fotografico, allora, probabilmente è l’annichilamento di se stessi difronte a uno spettacolo che non ha parole, ma al quale le parole si possono dare:

Brulicano colorati i bambini
nel campo di pallone a sera,
le chiome alte dei ciliegi
variano arancio, verde e rosso
 
 – mentre tu raggiungi la trasparenza
d’uno straziato
occhio fotografico:
 
alle cose uno specchio
terso perfettamente e vuoto

Ed ecco così la meraviglia che azzittisce e quasi paralizza, per cui ciò che vediamo in quel momento diventa ciò che siamo.

Satura i colori la natura
prima di dissolverli nel nero
– così a ogni tramonto e autunno accade,
credi, pure in questo solo fra i tanti
tu sei fatto occhio – schermo lastra lente –
che li cattura

Eppure, se sono i colori a essere protagonisti, nominati senza alcuna parsimonia (il merlo beccogiallo; un funebre grigio; l’ottobre è polvere d’oro; lampeggia oro nel verde; delle robinie; negli orti inargentano le verze…), a fare da registi sono i suoni, le voci, i gridi degli uccelli. Oppure il silenzio, quasi angelico, di

Passi che lasciano orme nell’aria
                                        della notte, li vedi
 
           alonati d’oro
                        allontanandosi
 
           – camminano
           senza toccare terra
 
           lungo un loro
            lieve chiaro sentiero

L’immagine è di Giuliano Della Casa, Voli di uccelli neri sulla radura, acquerello