Giancarlo Pontiggia “Il moto delle cose”, Mondadori 2017

Libro intensissimo questo di Giancarlo Pontiggia, Il moto delle cose (Mondadori, 2017), introdotto da tre prologhi in poesia, ciascuno per sé indicando i punti cruciali di chi non ha paura di lasciar pensare la sua poesia con pensieri “emozionati”.

 

Nella prima poesia prologo c’è l’alternarsi del chiarore e dell’oscuro, entrambi portatori di meraviglie, ed entrambi resi abissali da una coscienza sempre aperta, e interpellante quel mistero incarnato che è il mondo.

 

Sovrastino, su queste sabbie

finissime, tese come un lino, vaste

come il fiammeo dominio dei pensieri,

cieli più ampi del tempo

che s’ingorga, lento, pigro

in una luce ardua, ventosa

 

o s’infoschino – in una sera

scura, dura, scheggiata,

che si sgretola, pezzo

dopo pezzo, sugli scogli

ondosi, flagellati

da crespe dense di fuoco, erosi

dalla furia gemmata degli elementi –

le porte, brucianti, dei tuoi occhi,

 

sempre, o contemplante, sentirai

il respiro

possente, luminoso

del mondo, la sua forte quiete, il suo

operoso, micidiale

 

moto.

 

Nel secondo un avvertimento, o forse soltanto una constatazione, che chiama in causa il lettore chiedendogli ancora una volta di mettere in gioco la sua coscienza (nel chiaro o nello scuro) purché sia avvertita di esperienza.

 

Pochi versi, ma veri.

Valgano per te, come per me.

 

Che siano limpidi – per guardare il cielo

alto –

 

e severi, se così è il tuo animo.

 

Nell’ultimo prologo finalmente il tempo, tema fondamentale e alla base di questo libro, un tempo dal quale ci si sporge sul mondo come sull’orlo dell’abisso.

 

O tempo

come vento

chiuso tormento

sempre cresci e decresci, lento

esercizio dei secoli. Buio

 

tarlo,

e marmorea cura,

pioggia densa, scura

di atomi sui molli

corpi che si sgretolano. Ovario

 

profondo

dell’inintelligibile

mondo: cesura, orlo

sul delirante

ignoto. Nome

 

di niente, folgorante

vuoto

 

Il moto delle cose ha un’architettura sapientemente costruita con elegante leggerezza, seppur con materia pesante, ed è tutto uno stupire nel bello e nel brutto, tutto un contemplare sedimentato da una solitudine quasi monastica, e dunque tutt’altro che solitaria. Forse a tratti malinconica, come quando pare nella percezione infantile del mondo indicare, per vie tutt’altro che scontate, una certa verginale postura per il giusto accesso al mondo. Ed è ancora la capacità di interrogarsi ad aprire a meraviglia.

 

Nasce, il bimbo, alla vita, e vede

per primo il chiarore dei cieli e delle stanze

– fiamma che invade i suoi occhi

molli, ancora, di scuri tepidari, di sonni

deliranti. Viene

dal fondo dei popoli, delle madri

antiche come la specie; del tempo

in cui tutto fu cielo, e acque, e frastornanti

fogliami. Risale, dai grumi e dai fanghi

di ere troppo remote, e paste

scure, grondanti

muffe di innominabile ade,

e si esalta, sospira, si dispera

mentre già la notte cala, che tronca

ogni luce, e lo immerge

in un acquario di sogni

esotici e riottosi.

Viene il mattino, un altro, si desta: com’è

che ritorna la luce, l’esile prima, poi

man mano più fulgida, folgorante

fino a sbiancare ogni cosa? E gli occhi

s’immergono di nuovo, s’imbevono, non hanno

altro da chiedere che questo

lasciare che le cose siano, e siano…

 

Semmai possa esserci un punto di contatto tra Caproni e Luzi, questo lo si potrebbe trovare in alcune poesie di Pontiggia, quando il verso si frange, si fa breve e quasi inciampa, pur mantenendo un suo sonoro passo che quasi replica il respiro, quel respiro che è un cercare e un trovare (un tentare?) nomi e parole in diretta con l’esperienza che va compiendosi.

 

E nascemmo

alla vita che già c’era.

Le cose

c’erano, le tante, le inaudite

cose, di cui c’invaghimmo

a poco a poco.

E noi guardavamo

l’aria che luceva

e piove e nevi

e soli che stagnavano, tiepidi,

nelle mattine troppo

quiete.

 

E guardammo, un giorno, i nomi

le parole prime, scure,

che dicono sì e no, che oscillano

tra le cose

 

Qua e là anche riflessioni sulla morte che, man mano che avanza la lettura, si fanno più fitte.

 

Tutto è natura, anche la fine

– la fine, soprattutto, il soffio

 

che da noi evade,

scatta sale,

sormonta

il giogo immenso del tempo, poi

sbatte, precipita,

s’infima

nella corteccia delle cose,

 

fumo, fuga,

impronta di ciò che fu, l’ultima

 

ruga

 

Infine la contemplazione vista non come ascetica visione del mondo, ma densa sua partecipazione.

 

Cieli, tempi, cose – ori

ombrosi della mente. Come in un’anfora

scaldata dal sole, tutto

fu veduto in un lampo

da un pertugio di fiamme

sopite. Anche tu, che guardi

dal di fuori; e sei dentro, invece: dentro

la notte che contempli, notte

della sua luce, luce

 

in cui ti annienti.

 

L’immagine: John Constable, Studio di nuvole