Francesco Biamonti, “Le parole la notte”, Einaudi 1998

Comprai l’ultimo libro appena uscito (1998) di Francesco Biamonti (1928-2001) non perché lo conoscessi, ma perché mi colpì il suo titolo: Le parole la notte. Lo comprai a scatola chiusa, istintivamente convinto che sarebbe stata un’ottima lettura. Lo fu. Mi piacque il movimento, lentissimo ma ben ritmato, di quella prosa che mi portò a leggerlo non con la mente, ma con la voce. Fu un’esperienza piena, come poche volte mi è poi accaduto con altri romanzi. Lessi anche tutti i precedenti libri di Biamonti, ma non mi diedero la stessa gioia della lettura. Ebbi anzi la sensazione che in un qualche modo avessero avuto la funzione di preparare lo scrittore a questo, che fu il suo ultimo, volendo trascurare la pubblicazione sempre einaudiana di quel che potevano essere le prime pagine di un romanzo interrotto dalla sua morte.

Sono tornato a leggerlo ora, dopo venti anni. Ancora lo stesso piacere, diverse invece le emozioni.
Ho riprovato il pericoloso fascino per Veronique, quella donna misteriosa e bellissima, ma come persa dentro ai meandri di sé stessa. Raccontata più dalle situazioni, dalla descrizione dei gesti, che da una messa a fuoco precisa.

«Egli non disse niente. La guardò mentre si vestiva, mano a mano che spariva.
“Una donna quando si riveste, – pensava, – ha qualcosa di superbo. Si coprisse anche di stracci, chi non ne sente la privazione?”»
 
La continua meditazione di Leonardo – il protagonista – costantemente (pericolosamente) sospesa sul filo tra interiorità ed esteriorità, tra l’io e il mondo, con quel tono malinconico e disincantato all’ombra di un passato mai rivelato, eppure perennemente presente.

«Ci si vedeva quasi niente. Aveva voglia di fermarsi. Nel buio, fra bacche appena visibili, si sentiva stanco. Avrebbe voluto qualcuno che ne sapesse più di lui, e a cui chiedere. “Ma che gli chiederei? … Qualcuno che conosca il mondo e abbia letto gli antichi. Io ho letto soltanto qualche francese, e me ne sto nel mio sconforto”.
Ci si vedeva sempre meno. Le foglie mandavano un sussurro spento. Pioveva piano.»

La contemporaneità del confine, i luoghi di un’emigrazione di curdi, slavi, nordafricani dall’Italia alla Francia. I passeurs; la morte e la violenza nascoste dietro una rupe, di notte, sui crinali. La compassione per gli altri e, prima ancora, per sé stessi.
Lo sfondo è la costa ligure, con la sua terra dura e vendicativa. Lo sguardo è quello di un pittore, quel Morlotti amico di Biamonti che ha molto guardato Cézanne.
Sopra tutto c’è la notte, il luogo in cui le parole sono più vere, ma anche tardive.

L’immagine: Ennio Morlotti, Ulivi a Bordighera, 1989 (part.)