Festival dell’Autobiografia, Anghiari 2017. Qualche testimonianza

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A proposito di “Luoghi e non luoghi della poesia”. Appunti, note a margine e qualche divagazione

di Angelo Andreotti

Dopo che ciascuno di noi (Silvia Comoglio, Valeria Manzi, Stefano Raimondi e io) al Teatro di Anghiari ha dato conto dei luoghi della propria poesia, siano essi di campagna o di città, mi sono ancora più convinto che in poesia non ci sono non- luoghi, perché quando la poesia si interessa a un non-luogo instaura già quella relazione con esso tale da caratterizzarlo come luogo, e tra questi inseriamo a pieno titolo il “paesaggio” che ne è un’elaborazione in chiave estetica.

Non è raro trovare poesie con descrizioni di spazi che, nella realtà comune, sono considerati non-luoghi, eppure dentro a quei testi, edificati da uno sguardo attento e partecipe, assumono una precisa personalità al punto da essere veri e propri luoghi. Questa matrice identitaria regge anche se il lettore non ha un’esperienza diretta del luogo di cui si parla, e in fondo non può averla poiché il paesaggio, attraverso la lettura personalissima del poeta, trasmuta la realtà del luogo a una meta- realtà che potremmo definire luogo-altro (un’eterotopia, direbbe Foucault). Un luogo che pur essendo presente nello spazio non è più soltanto un’estensione territoriale ma un’esperienza, e siccome un’esperienza è un fatto personale non può più essere individuata da coordinate spaziali, bensì da coordinate esistenziali, che per l’appunto spostano il luogo verso la dimensione di luogo-altro.

Se è così, come può essere esperito il paesaggio evocato da una poesia se perde la sua massa oggettiva? Si potrebbe affrontare l’ipotesi che la poesia stessa sia un luogo… ma ci porterebbe troppo lontano dal punto attorno al quale ora dobbiamo stare.

Pe rispondere alla domanda, possiamo assumere l’assioma che la poesia rende possibile il trasferimento di un’esperienza dal suo autore al suo lettore. Certamente quest’ultimo non potrà ricalcare quella dell’autore, e tuttavia una poesia degna di essere considerata tale lascia un’apertura di senso affinché il lettore trovi in essa il suo posto. Che cosa fa sì che questo accada? Qual è l’atteggiamento di fronte a un paesaggio che trascina in quello stesso paesaggio anche altri che non lo conoscono? Provo a sintetizzare il mio punto di vista, sperando di accostarmi a quello di chi ha condiviso con me l’esperienza al Teatro di Anghiari.

Il paesaggio che ho in mente si distingue dalla veduta. Tuttavia, se è vero che una medesima porzione di spazio può essere “veduta” o “paesaggio”, e spesso anche entrambi, è anche vero che il passaggio dall’uno all’altro è in relazione alla nostra differente “partecipazione”. Nella veduta entra in gioco soltanto la vista che, per l’appunto, distingue il vedente dalla veduta stessa, separando nell’azione del vedere il soggetto (che è attivo) dall’oggetto (che resta passivo).

Nel paesaggio, che pretende il coinvolgimento di tutti i sensi, soggetto e oggetto invece sono entrambi interattivi. L’Io si disperde dentro al paesaggio così come il paesaggio dentro l’Io, ma ciascuno non perde la propria identità, piuttosto si relaziona a quella dell’altro arricchendosene. In definitiva alla “prevaricazione” del soggetto sull’oggetto si sostituisce la “compartecipazione”.

A pensarci bene, non importa cosa faccia paesaggio: campagna o città, lo scorcio di una natura o l’espressione di un viso, qualcosa di bello o qualcosa di brutto: importa la nostra capacità di prestare attenzione a quello “scarto” (direbbe Jullien) tra noi e qualsiasi altra alterità – sia essa un paesaggio, una persona, un’opinione… –, poiché è proprio lì, in quell’interspazio, che accade il poetico, inteso come capacità di ascolto, di attenzione, di cura affinché l’autore, e con lui il lettore, venga permeato dall’oggetto della sua attenzione. Autore e lettore, pur sempre presenti a sé stessi, divengono altro da sé stessi o, meglio, fanno con sé stessi l’esperienza dell’altro.

La poesia non può prescindere da chi la scrive, così come non può prescindere da chi la legge o la ascolta, quindi in qualche modo è autobiografica, in essa ci troviamo ma ci ritroviamo differenti. Quando parla di luoghi parla di luoghi reali (anche quelli immaginati lo sono), legati a doppio filo a esperienze determinate da singole personalità, e perciò non fisicamente raggiungibili, non ripetibili, non abitabili eppure paradossalmente ospitali. Se il lettore raggiunge questa ospitalità, ciò succede non perché ha condiviso la stessa esperienza che ha prodotto quella poesia, ma perché in quella poesia ha trovato spazio una sua propria esperienza, comune ma non sovrapponibile a quella della poesia. Resteranno sempre esperienze differenti, e tuttavia nello “scarto” tra l’una e l’altra si è aperto il varco della reciproca ospitalità. Dunque il paesaggio (e in realtà tutte le manifestazioni artistiche), nella sua forma di luogo e poi di luogo-altro, diviene anche esercizio etico, che esclude nella sua autenticità il sovrapporsi a ciò che ospita, ma chiede di esserne ospitato, e contestualmente di essere una nostra esperienza, così come noi dovremmo comprendere di essere dell’altro un’esperienza.

ANGHIARI, FESTIVAL DELL’AUTOBIOGRAFIA 2017 – 1 Settembre 2017, h.18