Fabrizio Lombardo, “Coordinate per la crudeltà”, Kurumuny, 2018

Coordinate per la crudeltà pare proprio contenere le indicazioni (o le esemplificazioni) per osservare il mondo, la nostra contemporaneità, la nostra esistenza, la nostra società, nel modo più crudo possibile, con la ferocia non del cacciatore ma della preda, quindi una ferocia di estrema e (probabilmente) inutile difesa. Una preda verosimilmente vittima di quelle stesse trappole che lei stessa ha confezionato. Da qui il verso asciutto, “crudo”, che rasenta la prosa nonostante il rispetto del verso all’interno di un respiro, spesso interrotto o strozzato da quella barra obliqua che potrebbe essere una cesura, non fosse che la cesura è una pausa mentre qui la natura della barra tende a indicare quasi un’ostruzione, qualcosa che il respiro deve forzare generando così un ritmo anomalo.

Scrivo il falso –  spesso – e svendo le parole
mischiando vergogna e vita vera con la sintassi
della menzogna. Non chiamarlo progetto di poetica
geometria binaria, o gioco d’ombre. Serve più coraggio
a vivere i pochi gesti possibili/ quelli rimasti.
Qualche respiro preso in prestito. La notte, nelle case.

Versi asciutti ma non scarnificati, perché a essere scarnificata talvolta fino al dolore è la realtà, ed è a questa realtà incrudelita che si adegua la poesia. Così Fabrizio sembra quasi guardarsi guardare (vivere), e nello iato tra il guardarsi e il guardare applica il filtro inesorabile di un giudizio severo che non lascia spazio alla compassione, alla commiserazione, alla misericordia. Probabilmente ciò che racconta, quelle immagini che incide spesso con sofferta ferocia, solo parzialmente sono tratte dal vissuto, nel senso che l’eventuale aggancio alla realtà passa attraverso l’immaginazione per farsi poesia, che spesso utilizza uno sguardo obliquo ribaltando il punto di vista, mostrando i mali del nostro vivere, la solitudine, l’anonimato, la dispersione.

Facce incontrate per caso, per strada, di cui rimane
solo qualche voce lontana/ qualche errore di persona
un vestito non adatto all’occasione. Nessun indirizzo.
Lo spettacolo buio della memoria. Nessun punto fermo
o coordinata da ricordare. Tutto cancellato
nel passaggio intermittente di zigomi aguzzi, occhi
sfuggenti/ nasi irregolari. Avranno compleanni,
case, morti, e il loro Mestiere di vivere su qualche scaffale.
 
Siamo noi che passiamo accanto senza essere riconosciuti.

Da qui il senso di desolazione, il tormento del non trovare una via di fuga, quasi la constatazione remissiva dell’impossibilità di reagire che colma tutta la prima sezione del libro, destinata a ospitare le False partenze di una accettazione passiva, che forse cela l’abitudine (o, peggio, la rassegnazione) all’indifferenza di un’intera generazione.

è inutile aspettarsi ancora qualcosa da noi
non siamo altro che resti da conservare
nemmeno con cura. di cui pentirsi
e confessare di aver scritto troppo
troppo pensato/ detto e messo in fila.
 
sorpresi da un giro di carte che non possiamo
più giocare passiamo la mano/ invece di barare.

ed è conclusione amara, constatazione questa sì crudele, e testimonianza di una preda catturata dalla sua stessa trappola, che è condizione attuale della generazione che si avvia verso i 60.

La sezione che dà il titolo al libro esprime tutto il disagio per uno stato d’animo girato verso l’indifferenza, l’accettazione passiva. E allora le Coordinate per la crudeltà diventano l’unica possibilità per emergere da questo stato di apatia, atarassia, adiaforia che nulla conserva della positività dei presocratici. La via di fuga è allora il dolore che si recupera con la crudeltà verso se stessi come fa la preda quando è in trappola: strappandosi l’arto costretto nella tagliola per riprendersi la vita.

Ho dimenticato ancora una volta le coordinate per la crudeltà.
Riprovo con i vetri aguzzi, il ghiaccio tra i denti,
l’incertezza/ la resa. Abito vestiti soliti.
Con poche sfumature di grigio e di nero
per mimetizzarmi meglio con la ghiaia davanti a casa.

Tuttavia, per quanti tentativi si facciano per riottenere sensibilità attraverso la crudeltà, il fallimento permane al punto di portare alla rassegnazione della resa, e mimetizzarsi, divenire invisibili. Magari anche mentirsi, rinchiudersi nel piccolo mondo che siamo.

Custodirò il tuo dolore, sino alla fine
nella penombra che rimane tra di noi, nel cielo nero
appeso fuori e curo a ricordarmi il falso/ il vuoto
a misurarmi il tempo/ il poco che è rimasto dentro
dietro agli scuri chiusi ai groppi in gola e ai crampi.
Rimetterò a te i debiti/ gli sbagli. I troppi inciampi.

E che questa raccolta esprima la delusione di una generazione, la sua inadeguatezza, la sua inutilità, lo testimoniano con disperata forza versi come questi:

senza dare peso alle cose. a nient’altro. in questa
stanza chiusa come per un trasloco fatto in fretta.
contare i giorni/ la vita arrugginita alle pareti
e cancellare ogni traccia. dire di non esserci
stati. dentro alla storia. in questi anni. abitare
l’ombra/ e perdere. anche quel poco.

 

L’immagine è di Michal Rovner, Border #8, 1997/98.