Elisabetta Sancino, “Il pomeriggio della tigre”, Terra d’ulivi, 2018

Sembrano non volersi staccare dalla quotidianità le poesie di Elisabetta Sancino nel suo Il pomeriggio della tigre (Terra d’ulivi, 2018), ma la quotidianità di cui parla non è sosta davanti allo specchio, bensì attraversamento della propria vita per alzare il capo e guardare il mondo.

In corsa

Finché siamo vivi
andiamo slacciati, impudenti
tracanniamo la panna dalla brocca
non speriamoci uguali e connessi
al greto mediamente secco del fiume
ma esigiamo il corso tumultuoso della piena
e poi
che si ritorni nella calma della campagna
orfana di grani altissimi
medicata e pronta alla prima semina.
Si perde sempre qualcosa nella corsa
– il taccuino, i pegni d’amore, la bussola –
ma c’è l’ala battente della parola
il nostro lasciapassare per l’altra sponda
brucia sulle scapole come un’esplosione segreta
e non si estinguerà alla prima pioggia.

Quella di Elisabetta è una poesia che fa i conti con gli impegni dettati dai verbi della giornata (guidare correre lavorare / parlare (mangiare?) lavorare / sorridere pazientare cucinare / amare), ma è proprio dalla fatica di quel quotidiano che nasce il desiderio di trattenere quel filo d’oro che è l’esperienza poetica.

Battiloro
 
Questa lama di metallo
che batti senza sosta
per trarne filo prezioso
la trama lucente del pensiero.
Trascorre insonne la notte
mentre tessi la tua veste immortale:
è l’oro che tiene insieme le piume
l’aculeo e il suo fuoco
le rose purpuree
le parole sussurrate nell’ora dell’amore.
Frammenti che sono già parte del tutto
non sgusceranno nel silenzio.
Quella è la sorte del corpo.

L’immagine: Laboratorio di battiloro (1784, Encyclopédie Diderot d’Alembert)