Duccio Demetrio, “Foliage. Vagabondare in autunno”, Raffaello Cortina 2018

Che l’autunno nell’immaginario collettivo passi per essere una stagione triste, malinconica, mesta, e quindi metafora dell’abbandono, della vecchiaia, della caducità, ecc., parrebbe una cosa scontata, sulla quale non aver nulla da discutere, nulla da aggiungere o da ribattere. D’altra parte è la stagione delle piogge, dei defunti, della fine dell’estate e dell’inizio dell’inverno, di Demetra e Proserpina e Ade, del sole freddo (quando c’è), dei vestiti sempre più pesanti e delle giornate sempre più corte. Se è così, come si spiega allora il successo del libro di Duccio Demetrio Foliage. Vagabondare in autunno (Raffaello Cortina, 2018)? Viene da pensare che ci sia un immaginario individuale che smentisce quello collettivo, ovvero che collettivamente siamo pronti a definire l’autunno una stagione noiosa e depressiva, ma poi, trovandoci a vagabondare in esso, ciascuno a braccetto con la sua intimità, magari in una giornata non piovosa, nel velluto di un silenzio boschivo qua e là punteggiato dal fruscio di foglie che, dondolando, s’appoggiano su quelle già arrivate, ecco che qualcosa di inaspettato succede: una certa serena pacificazione con noi stessi. Ciò induce a pensare che «L’autunno non è solamente una stagione, ma uno stato d’animo», come recita la citazione di Friedrich Nietzsche messa in esergo al libro, e Demetrio sa bene che gli stati d’animo vanno ascoltati per comprendere cosa di noi stessi ci stanno rivelando.
In fondo l’autunno, il mite ma inesorabile de-fogliarsi degli alberi, ci riporta alla mente ciò che nella o della vita ci ha abbandonato, e pertanto rinnova il dolore – magari nella forma meno cruente di tristezza – nonostante il nostro desiderio di dimenticare. Ed è proprio su questo atteggiamento di rifiuto, se non proprio di fuga, che Demetrio vorrebbe farci meditare, incoraggiandoci a non lasciar volar via le tante pagine della nostra vita, ma fermarle e meditarle su una pagina per «imparare a non dimenticarci di noi stessi. Di aver vissuto e di aver intravisto gli altri vivere» (p. 13), atteggiamento che non significa vivere diricordi, ma vivere coni ricordi. E non si potrebbe trovare testimonianza più aderente di Verso il mare della dimenticanza (Lettera a A.D.) di Iosif Brodskij:

Non è necessario che tu mi ascolti,non è importante che tu senta le mie parole,
no, non è importante, ma io ti scrivo lo stesso
(eppure sapessi com’è strano, per me, scriverti di nuovo,
com’è bizzarro rivivere un addio…)
Ciao, sono io che entro nel tuo silenzio.

Che vuoi che sia se non potrai vedere come qui ritorna primavera
mentre un uccello scuro ricomincia a frequentare questi rami,
proprio quando il vento riappare tra i lampioni,sotto i quali passavi in solitudine.
Torna anche il giorno e con lui il silenzio del tuo amore.
 
Io sono qui, ancora a passare le ore in quel luogo chiaro che ti vide amare e soffrire…

Difendo in me il ricordo del tuo volto, così inquietamente vinto;
so bene quanto questo ti sia indifferente,e non per cattiveria, bensì solo per la tenerezza
della tua solitudine, per la tua coriacea fermezza,
per il tuo imbarazzo, per quella tua silenziosa gioventù che non perdona.
 
Tutto quello che valichi e rimuovi
tutto quello che lambisci e poi nascondi,
tutto quello che è stato e ancora è, tutto quello che cancellerai in un colpo
di sera, di mattina, d’inverno, d’estate o a primavera
o sugli spenti prati autunnali – tutto resterà sempre con me.
 
Io accolgo il tuo regalo, il tuo mai spedito, leggero regalo,
un semplice peccato rimosso che permette peròalla mia vita di aprirsi in centinaia di varchi,
sull’amicizia che hai voluto concedermi
e che ti restituisco affinché tu non abbia a perderti.

Arrivederci, o magari addio.
Librati, impossessati del cielo con le ali del silenzio
oppure conquista, con il vascello dell’oblio, il vasto mare della dimenticanza.

A dire il vero questo libro di Demetrio (ma un taglio simile lo hanno anche gli altri, soprattutto Filosofia del camminare e La religiosità della terra), più che dire cosa si dovrebbe fare, è un modello in atto di ciò esso argomenta. Ciò è possibile attraverso una scrittura che prende il lettore e lo porta in cammino con sé, su sentieri o in mezzo all’erba, in un bosco o in un prato. E il ritmo che il discorrere assume è quello del passo, quasi sempre lento ma pur sempre incantato da ciò che incontra per strada, senza trascurare quel riposo necessario a lasciare andare il pensiero dove deve, libero di cogliere l’associazione con un odore, un suono, una luce e seguirla altrove. E in questo vagabondare prendere a piacere il tono del filosofo o del narratore, dell’autobiografo o del diarista (esemplare in questo senso è il racconto del ciliegio miracoloso e anarchico, che occupa interamente il secondo capitolo), magari lasciandosi accompagnare o suggestionare dai versi di un poeta, dalle associazioni con le immagini di un pittore, dalle riflessioni di un pensatore –filosofo, mitografo o antropologo che sia – trovato o venuto in mente lungo il cammino. La scrittura di Demetrio è così. La si potrebbe quasi disegnare così come accade nella storia (La strada della vita) raccontata da Karen Blixen in La mia Africa dove, durante la narrazione, compaiono qua e là segni che descrivono i movimenti del protagonista, e che solo a storia finita si scopre comporre la forma di una cicogna. Allo stesso modo Demetrio dà la sensazione che la scrittura proceda per conto suo, si direbbe all’impronta, come fosse frutto in diretta di quelle meditazioni, sospensioni, divagazioni e rammemorazioni fatte in cammino, quando appunti sta in un certo senso disegnando il suo reale vagabondare. Tutto ciò all’insegna del principio che, nel caso specifico di Foliage, s’intenda l’autunno «come esito di una presa di coscienza del nostro tentativo di saper stare al mondo con sufficiente onestà» (p. 18). Arriveremo nel corso della lettura a capire che cosa s’intenda per “sufficiente onestà”. Per ora accontentiamoci di comprendere che qui l’autunno non coincide completamente con quella stagione che inizia con l’equinozio di settembre e finisce con il solstizio di dicembre. Certo, in questo periodo dell’anno le qualità dell’autunno sono più marcate, e in quanto tali ci spingono più naturalmente verso esperienze di maggior intimità con la vita. Eppure, a pensarci bene, non è raro scoprire l’autunno anche in altre stagioni, vale a dire che l’autunno è in qualche modo una stagione “nomade”, va e viene al punto che, magari, neppure in autunno tutti i giorni sono propriamente autunnali. Dipende. Da cosa?
«Non si comprende che cosa sia l’autunno se si persegue la metodica cancellazione della memoria di quanto si sia vissuto» (p. 23), scrive Demetrio, suggerendoci che bisogna scendere in profondità, non accontentarsi di ciò che l’autunno ci mostra, anzi, non bisogna fermarsi alla sua manifestazione esteriore, né fuori di noi, né dentro di noi. Perché l’autunno di cui parla l’autore, spostandolo da una stagione all’altra, addirittura pensandolo come una quinta stagione, è sublime metafora di un’interiorità coltivata, vale a dire di quell’interiorità cosciente che la vita è una continua metamorfosi, come l’autunno che infatti «non è solo foglie, è radici che già lavorano per il tempo che verrà, è invisibilità. E queste vivono, si nutrono, non appassiscono, anche quando tutto sembrerebbe ormai incolore e privo di vita. Lavorano in noi e per noi offrendoci nondimeno consolazioni, momenti di euforia e di serena malinconia. Le sue profonde forze generatrici e inibitrici per questo sono drammatiche e non può che essere così» (p. 27). Come a dire che ciò che si stacca da noi, nelle forme più varie che ha l’abbandono, nutre le nostre radici, il nostro più intimo e invisibile Essere.
L’autunno così è la forma della saggezza che si rinnova (e la saggezza per essere tale non può che rinnovarsi), o viene messa alla prova ogni volta che un cambiamento ci viene incontro. E ancora, l’autunno è «il luogo elettivo della ricerca interiore, nella connessione con i caratteri fausti della generatività che accoglie l’ombra come occasione di preparazione alla rinascita» (p. 39). Ne consegue che, per quanto il proposito dell’autore sia quello di fugare l’immagine di un autunno triste e malinconico, in realtà quello che fa, con sapienti manovre diversive, è quello di rivalutare sentimenti ritenuti “grigi” come la malinconia e la tristezza o, meglio, di suggerire che di questi sentimenti non bisogna aver paura. Se gestiti attraverso la ragione sensibile (p. 18) possono diventare quel punto di forza, quella penetrazione nella nostra interiorità in grado di comprendere il senso assai vitale del cambiamento – che potremmo quasi intendere come forma blanda del Páthei Máthos (più o meno traducibile come “conoscere attraverso il dolore”) nel famoso Inno a Zeus dell’Agamennone di Eschilo.
L’autunno, dunque, è anche quella «virtù dell’animo» (p. 44) che ci consente di comprendere le ineluttabilità e il valore della trasformazione, la sua necessità poiché in sé, nell’apparenza di un decadimento che comunque ha una sua esplosiva bellezza, contiene il seme della rigenerazione.
Ogni parola di Foliage è scritta per allontanare dall’autunno gli stereotipi della mestizia, della monotonia, del dolore, del funesto e del funebre, della malinconia, della tristezza e di altro ancora. Eppure, contestualmente, Demetrio ci mostra l’altro lato di queste emozioni esposte dall’autunno, inteso come tempo necessario per il cambiamento, la rigenerazione. Per accogliere il divenire come una responsabilità verso se stessi. Ciò che in fondo viene pure evidenziato da Amore dopo amore di Derek Walcott (nella traduzione di Gilberto Forti):

Tempo verrà
in cui, con esultanza,
saluterai te stesso arrivato
alla tua porta, nel tuo proprio specchio,
e ognuno sorriderà al benvenuto dell’altro

e dirà: Siedi qui. Mangia.
Amerai di nuovo lo straniero che era il tuo Io.
Offri vino. Offri pane. Rendi il cuore
a se stesso, allo straniero che ti ha amato

per tutta la tua vita, che hai ignorato
per un altro e che ti sa a memoria.
Dallo scaffale tira giù le lettere d’amore,

le fotografie, le note disperate,
sbuccia via dallo specchio la tua immagine.
Siediti. È festa: la tua vita è in tavola.

L’autunno, stagione o simbolo che sia, non è per chi cerca stabilità, armonia, immutabilità. L’autunno è per chi ama i contrasti, la mutevolezza e il cambiamento il rinnovamento e i disequilibri. L’autunno è lo stato d’animo che infonde il sentimento della riconciliazione con noi stessi: «il problema è capire se noi siamo in grado di assomigliare a noi stessi» (p. 106). Di riconciliarci con il passato, con il ricordo, con ciò che abbiamo perduto o mancato. Le foglie che cadono, il foliage, nutrono la terra che nutre le radici che nutrono l’albero. Questo è l’autunno e, fuor di metafora, è come dovrebbe essere un vivere consapevole.
Autunno è non sfuggire il tempo, ma adeguarsi a esso, accettarlo in tutte le sue forme, gioiose o tristi, perché è tempo vissuto ed è, tornando nella metafora, un abbandonarsi al passo della «contemplazione incantata» (p. 141). Questo è ciò che vorrebbe comunicarci il libro, avvertendoci che ci riusciremo se e soltanto se ci predisponiamo all’ascolto di noi stessi attraverso le emozioni che ci offre la natura. E se malinconia e tristezza ci raggiungono, non è cosa negativa. Esse sono stati d’animo, anzi, “sentimenti”, e cioè capacità di sentire, vale a dire quel modo diverso di conoscere che è proprio dell’arte e della poesia.
L’autunno in questo è maestro poiché ci induce a lasciarci andare al passo ramingo e senza impegni all’interno dei suoi colori, delle sue luci e delle sue ombre, delle sue infinite sfumature non per andare verso una meta, ma «secondo l’estro del momento, per una casualità» (p. 164). Camminare, dunque, non come il viandante, che cerca il nuovo come tensione finale, e «la meta è già insita nel fatto di mettersi in viaggio, anche solo per una passeggiata, per cercare qualcosa che si presume si potrà trovare, tra prevedibilità e imprevisti» (p. 169); né come il flâneur, che solitario e silenzioso vaga «attento a tutto quanto man mano i passi si lasciano alle spalle» (p. 170), ma pur sempre andando nella direzione di una meta nota soltanto a lui, per la quale peraltro non nutre alcuna fedeltà; né come il pellegrino, che una meta ce l’ha, e la persegue fedelmente meditandola a ogni passo ripercorrendo «cammini da centinaia di anni già battuti» (p. 170). Bensì camminare come il vagabondante (il wanderer della tradizione romantica), colui che si affida al caso, all’incontro fortuito, all’imprevisto, per il quale «la pausa fa parte della filosofia del camminare anche come contemplazione e meditazione» (p. 176). Il fermarsi come occasione per iniziare o finire un pensiero, oppure leggere una poesia, o associare un’immagine a un quadro visto altrove. Riordinare un ricordo riapparso per caso, dargli nuova luce. Scriverlo.
Da qui l’importanza cruciale della “radura” e del “sentiero interrotto” (per Martin Heidegger Lichtung e Holzwege), che sottintende la «scelta di un errare fine a se stesso, accettando di non arrivare da nessuna parte […] mettendo alla prova la propria accettazione dell’imprevedibile» (p. 182). Infatti: «non esisterebbe vagabondaggio se strade e sentieri portassero sempre da qualche parte» (p. 183). Ma radure e sentieri interrotti non esisterebbero senza il bosco, e nel bosco entrambi impongono un’interruzione. Le prime per l’improvvisa apertura alla luce, al chiarore che induce alle soste, «non di riposo, né pacificanti: bensì riconoscibili come presenze “rassicuranti”. Paradossalmente, non all’inseguimento di una vagheggiata tranquillità d’animo. Qualora si accettino le premesse di una “filosofia dell’autunno”, e cioè della finitezza, dell’abbandono, del commiato ma, parimenti, anche dell’entusiasmo rinnovato e controcorrente o della voglia di comprendere quanto ci intendano consegnare quelle foglie allo stato morente» (p. 193). I secondi, per interrompere il nostro passo, la nostra direzione, inducendoci a tornare indietro o, meglio, prendere una direzione non segnata da alcun sentiero. Appoggiare il passo anziché sulla terra battuta, sull’erba o su uno sterrato qualsiasi, alternativo, senza alcun timore di perdersi, perché lo “smarrirsi” è il punto di partenza del “trovarsi”. Anch’essi dunque stimoli per il rinnovamento, per l’abbandono delle abitudini a favore dell’imprevisto. Del pensiero non ancora pensato.
O del pensiero non ancora concettualizzato, che corrisponde alla “poetica della rêverie” di Gaston Bachelard. Rêverie che Demetrio traduce non con “fantasticheria”, come usualmente si fa, bensì con “trasfigurazione” in quanto: «Si adatta bene a esprimere un mutamento della visione del mondo che ha trovato nel “pensiero poetante” la via per re-immaginarlo – senza per questo tradirlo –, alterarlo a piacimento» (p. 191).

In autunno quel fogliame, che tanto ha riempito gli alberi di ogni sfumatura di verde con qualche rosso qua e là, si stacca dai rami e, esitando nell’aria, scende fino a terra, coprendola di un tappeto che va dal giallo più intenso del ginkgo biloba, passando al rosso ruggine degli aceri, fino alle più svariate tonalità degli ocra. Certamente quello “sfogliare” dei boschi e dei parchi, ci porta in una dimensione riflessiva che nessun’altra stagione dell’anno può vantare. Certo non il rigido e minimale rigore dell’inverno, per quanto possa trovare il suo autunno nello sguardo rapito dal fuoco del focolare, o nella gelida passeggiata tra le galaverne al chiaro di luna; certo non la ricca e traboccante estasi della primavera, per quanto possa avere un suo autunno nello sguardo rapito dal corso di un fiume, magari alle prime o alle tarde luci del giorno; certo non la passionale ed esuberante estate, per quanto conservi un po’ di autunno alla sera, quando un’inaspettata brezza sfiora le foglie accarezzando la pelle, o ci sorprende con il malva e l’indaco dei suoi profondissimi cieli serali.

Questa panoramica su Foliage di Duccio Demetrio, su questo particolarissimo punto di vista sull’autunno, non posso concluderla se non con gli ultimi versi della decima delle Elegie duinesi di Rainer Maria Rilke (nella traduzione di Anna Lucia Giavotto Künkler):

E noi che la felicità la pensiamo
in ascesa sentiremmo la commozione,
che quasi ci atterra sgomenti,
per una cosa felice che cade.

 

L’immagine e Sole d’autunno e alberi, di Egon Schiele