Dell’ombra la luce

Angelo Andreotti: “Dell’ombra la luce,”, 2014

Dell’ombra la luce è un canto d’amore. Tra Eros e Psyche e tra chi sennò? Tra chi vorrebbe sapere e chi è tentato nel preservare della prima sostanza l’arcano. Per rendere l’amplesso sempre un sogno d’amore. Per ricominciarlo daccapo, senza più le domande scomode che turbano quell’annebbiamento la cui complicità rallegra gli amanti.
È un duetto, questa compatta raccolta: talora quasi un duello, nell’inesausto ansimante susseguirsi di mormorii, fiati, respiri non clandestini bensì cosmici. Solari e lunari. Ogni mattino tace della sera designata a venire, eppure, il crepuscolo le è vitale: anche la luce cerca il sonno, come la parola il silenzio.”
Dalla postfazione di Duccio Demetrio.

Ora che l’orizzonte sta chiudendosi
veglio, con gli occhi a rompere la notte
affinché non sia più solo scura.
E dalla soglia di quell’abbandono
mi sporgo in ascolto
e comprendo.
Comprendo che di te le cose parlano,
e serbano memoria del tuo tocco
proteso da mano sognante,
da mano distratta o sgarbata,
da mano cosciente d’amore.
Le cose di te parlano nel buio
e a se stesse ti confondono,
ma la voce distingue,
rende visibile
dal suo rifugio nella linea d’ombra
l’enigma dei sensi
segnato dall’impronta del silenzio,
e la pietà che occorre per sentire,
e cedere a quel docile effondersi.

A tratti l’ombra nella casa scricchiola
sotto il peso del vuoto
scavato in trasparenza tra le cose
dove ti sei infinitamente perso,
dove ti sei paurosamente visto.
Scopri il buio,
denudalo in ombra
in questa stanza dal capo chinato
in meridiana attesa,
così immobile
poiché in disparte dal tempo che passa.
Tieni fermo il chiarore sull’uscio.
Acconsenti al respiro d’incarnarsi
nella parola cara
che arriva da una piena di silenzi,
ciascuno diverso dall’altro,
e tutti a sorreggerne il senso,
come il mare al mattino
della notte
sull’onda porta il canto fino a riva
affinché la terra lo apprenda.

Poi la chiarezza s’inombra, s’imporpora,
gira in indaco scendendo
dalle spalle del sole al tramonto
e colora la stanchezza gioita
della vigna in autunno
lasciando al vino l’umiltà del buio,
ma nelle zolle
che il giorno rivolta
rimane ancora quell’antico gesto
di perenne sapienza,
che ozia tra i chiaroscuri ampi dei solchi.
Nei fatti dell’uomo
non la sostanza
ma la forma distingue, e ci spiega
di come l’occhio cauto del pittore
vada inseguendo l’ombra nella luce,
e parlando di sogni dica il vero.
Così pure un tocco di sole
sul giallo ardente del ginkgo biloba
improvvisa crepuscoli nel cielo
che il cielo ancora non sa raccontare.
Come cercando occhi che non la guardano
la vita nei contrasti si rivela,
e la pazienza dell’ombra dispensa
inquietudini alla luce
affinché in tutto ci sia compimento.

Da una fessura tra il cielo e la terra,
in distanza, la luce si arrende
tra i verdi acuti dell’erba bagnata.
Il sole sfiora la pelle del mondo,
che s’imbrivida, e anche la tua
s’accorda al tremolio lieve del vento,
tacitamente sperso sotto nuvole
pesanti come pietre.
Le ombre si allungano, e acuminate
marciano dileguando verso oriente,
esitando tra l’aria e questa terra
depositaria insonne di segreti,
custode ignara di premonizioni,
ma generosamente profumata
quando i colori si attardano fulgidi,
e si accomiatano, e si disperdono.
Più in là, dagli spalti del buio
si va affacciando il quieto messaggero.
Non sai se si avvicina o si allontana,
e tu comunque è a lui che affidi l’anima
lanciandola ben oltre la tua voce.

Sotto lo sguardo di un sole appannato
da un alito caldo di terra
l’ombra si spoglia dal peso del corpo.
Così l’ombra scavando la luce
rende la voce ai silenzi di Celan.
Dopo tanto ascoltare la notte
le labbra dei veggenti sono asciutte:
troppe parole, ma nessuna a dire
se dal cielo cadano le ceneri.