Dario De Serri, “Gli anni e la città”, puntoacapo, 2018

Con Gli anni e la città (puntoacapo, 2018) è come se quel libretto rosso di poesie – letto durante la festa berlinese magistralmente narrata da Dario De Serri in Come le nuvole sopra Berlino (puntoacapo, 2014) – fosse uscito dall’artificio letterario per abitare la nostra lettura nel daffare delle nostre vite. Eppure, le poesie di quel libretto rosso avrebbero potuto avere la stessa autonomia che l’autore ha riconosciuto a quelle contenute in questo suo ultimo libro. Ovviamente la domanda sul perché di questo differente trattamento non ha risposta, ovvero la risposta sta proprio nel differente contesto. Nel primo libro la poesia ha fatto da fulcro e da fuga alla narrazione, tessendo un rapporto stretto tra prosa e poesia, talmente stretto da accentuarne le differenze, al punto da evidenziare che ciò che si può raccontare in prosa non ha senso farlo in poesia, e ciò che si dice in poesia non lo si può fare con la prosa.

Tuttavia, se è vero che Dario alterna la prosa e la poesia anche in quest’ultimo libro, è altrettanto vero che, liberatosi dalla trama narrativa, ecco che anche la prosa acquisisce una differente efficacia, una maggior intensità. È alla prosa, in fondo, che lascia il compito di aprile il libro, e quindi definire il percorso che si accinge ad accompagnarci.

 

Gli Anni e la Città – Europa, corpi, migrazione, terrore.

Anni. Ho visto la morte sull’asfalto della notte. Nella foschia di rotte perdute la luna offuscava gli occhi stravolti, travolto dall’odio ho perso quella stessa notte nello sguardo tuo d’ogni giorno, in cui non sarò più.

 

Città. Su ogni schiarita di cielo sarò dove in fuga sparivi senza ascolto travolta, stravolti, l’oblio osservai dei pensieri e i ricordi, della gioia dai docili risvolti, di questa malinconia ora eterna e senza più noia.

 Rimasta sola, l’indifferenza, la trasparenza del buio sull’asfalto dimora ora, nel mare.

 

Già da questo brevissimo testo comprendiamo lo spirito del libro, la sua origine e la sua destinazione. L’impatto con una perdita rimasta incastonata nella memoria, e dunque presente. Persino l’andamento sonoro del verso pare procedere per flettersi all’indietro, procedere, nuovamente flettersi, come fosse legato con un elastico a un punto nel tempo.

 

Fine di un pianto

(dice Montale)

Fu uno sguardo diverso il momento

un commento di danza la mente

curiosa in un luogo raro di gente

inconsueta emozione il tuo canto.

Fu il caso un tocco assorto, d’istinto

dopo un incontro fortuito distratta

una strada quella sera deserta fu

il ritrarsi del tempo alla fine d’un pianto.

 

Tempo e ricordi, dunque, che meritano una definizione, una distinzione. Il primo vivendo d’indifferenza, i secondi di nostalgie:

 

Il Tempo e i Ricordi

Il Tempo viaggia col Sole accanto

arriva, ci prende e inesorabile

in pace il calmo esule, se ne va

intoccabile senza emozioni, vive

l’Imperscrutabile bellezza dell’universo.

I Ricordi sono la nostra ombra,

timida nasce lunga e muore a luce piena

sorgendo ad ogni alba, ogni euforia

d’energia vana sempre contorno

evoca, l’ancor magia di tempi andati.

Libro autobiografico? Forse, forse in parte, ma non è detto che quella parte non sia tradotta esclusivamente in stato d’animo, e cronaca soltanto quel poco che basta per poggiare il piede a terra, e lasciare che i versi facciano il resto.

 

Allegria

Allegria dispersa

il cielo della sera

– zaffiro cobalto –

mari d’erba silenti

tra onde di vento

lontano il nero d’asfalto

ombre alte scure

aspirano al cielo:

è oscuro l’acanto, la vite

non si distingue

il mare dal mare

la notte dal cielo, il blu

in un istante d’estate

penso per me, Lei

non ritorna più…

 

L’immagine è tratta dal film Melancholia di Lars von Trier