Chiara De Luca, Alfabeto dell’invisibile, Samuele, 2015

È una mappa sentimentale quella proposta da Chiara in questo libro, che inizia con un Ritorno, passa attraverso Stazioni, sofferma la sua attenzione sui Volti, per concludersi con lo sguardo sugli orizzonti del Mare, come scandiscono le singole sezioni che lo compongono. Eppure il tema che s’impone con forza e, a volte, anche con crudeltà è quello del dolore. Un dolore solitario che trova appena un poco di tregua (e forse anche un avvio alla guarigione) nella nostalgia, e quindi nel ritorno là dove tutto (la vita) è cominciato. Chiara sa bene che la nostalgia è quel sentimento che ha come dimensione non lo spazio ma il tempo, ed è dunque fallimentare poiché tornare a quel luogo non significa per nulla ritrovare quel tempo, e senza quel tempo anche quel luogo diventa un’assenza. E allora il desiderio del ritorno deve nascondere in sé altri significati, altre ragioni, diverse anche da una sconfitta:

 

ti sembra forse sia rinuncia al volo

stringermi attorno le ali per restare

 

Più probabile sia un tornare per trovare le ragioni per ripartire, e che questa volta non sia un fuggire. Che non sia soltanto un computare il tempo andando a testa bassa:

 

sasso dopo passo dopo sasso da contare

senza perdere di vista la luce al davanzale

 

Da qui, dalla nostalgia, è possibile riguardare le tappe della propria vita, le stazioni appunto, e guardare il dolore con maggior cognizione. Poterne parlare, per esempio, come ne parlano questi versi:

 

Dal giorno che sono entrata in un grido

la notte ha cancellato le albe di due anni

 

quindi imparare a sapere

 

che si deve lasciare la soglia

per sempre alle spalle

inchiodando la porta strapparsi.

 

Dai volti incontrati per strada, e dagli indizi raccolti sentire comunanza:

 

Guardando la chitarra appesa sulla spalla

penso forse anch’io riprenderei a suonarla:

 

lei sulla panchina è la coincidenza

di canto che racchiude dita di silenzio.

 

Conoscere le note negandole alle corde,

quasi fosse facile non dire sottovoce

 

che si può lasciare andare via chiunque

senza batter ciglio nel buio né capire

 

Trovare infine il senso di questo suo ritorno, semplicemente abbandonandosi alla sapienza dello stare controvento (o controcorrente):

 

Dal mare imparo a trattenere

il vento a rivenirmi incontro

facendomi d’aria e movimento

 


Correndo sulle Mura degli Angeli

 

Lungo la navata centrale che risale

 

in quel suo violento slancio verticale

nella Notre Dame d’alberi la pioggia

 

smalta lo smeraldo delle foglie,

accende le colonne di corteccia,

 

interseca le note d’acqua del respiro

sciolto in fruscio di passi sul sentiero –

 

Corri forte lepre dov’è inutile la fuga

in quest’invernale primavera seminuda,

 

quasi non scrosciasse che sole per sentire

pioggia di fluire se il vento col sudore

 

gela sulla pelle come brina sulle punte

di rami fuoriusciti dai relitti della notte.