Antonella Anedda, tre poesie da “Notti di pace occidentale”

Antonella Anedda è poetessa di rara intensità. Nei suoi versi puoi trovare riparo, ma solo dopo aver compreso il buio. Dal buio infatti inizia Notti di pace occidentale (Donzelli, 1999):

 

Vedo dal buio

come dal più radioso dei balconi.

Il corpo è la scure: si abbatte sulla luce

scostandola in silenzio

fino al varco più nudo – al nero

di un tempo che compone

nello spazio battuto dai miei piedi

una terra lentissima

– promessa.

 

Questa prima poesia potrebbe quasi essere considerata l’abstract dell’intera raccolta. Tutto è già qui. I sentieri sono stati tracciati, e sono molti, non resta che articolarne i risvolti, immergersi nelle possibili declinazioni. Ma c’è il buio, soprattutto, c’è la notte intesa come tregua da una realtà amara. La notte presa come quello spazio-tempo in cui la solitudine si fa soglia di comprensione.

Ciò che rende straordinaria questa raccolta è il punto di vista di chi – pur nella constatazione di una realtà spesso impietosa, egoista ed egocentrica, crudele e insensibile – mantiene aperta la porta, magari uno spiraglio dal quale è possibile vedere la luce, ospitale, di una casa. E a casa ci si sente leggendo queste poesie, per quanto non siano tenere, e dicano cose terribili proprio perché dannatamente vere e segnate dal disincanto (Ciò che chiamiamo pace / ha solo il breve sollievo della tregua). Eppure non ci si sente a disagio. Nella crudezza spesso narrata sembra restare sempre, per quanto ai margini, un sorriso. Il timbro che queste poesie chiedono alla voce che legge, l’andamento lento del verso, in qualche modo fanno sì che non la rassegnazione o l’inutile rabbia prevalgano, bensì la tenacia di una compassione persuasiva, di uno sguardo fermo sul cuore delle cose, che se non porta salvezza, di certo sa accogliere il dolore.

 

Non volevo nomi per morti sconosciuti

eppure volevo che esistessero

volevo che una lingua anonima

– la mia –

parlasse di molte morti anonime.

Ciò che chiamate pace

ha solo il breve sollievo della tregua.

Se nome è anche raggiungere se stessi

nessuno di questi morti ha raggiunto il suo destino.

 

Non ci sono che luoghi, quelli di un’isola

da cui scrutare il Continente

– l’oriente – le sue guerre

la polvere che gettano a confondere

il verdetto: noi non siamo salvi

noi non salviamo

se non con un coraggio obliquo

con un gesto di minima luce.

 

Ed è da un raccoglimento, da una solitudine che sa farsi stanza dell’interiorità che Anedda scrive. Una solitudine che è ascolto del mondo, affinché i suoni del mondo (gioiosi o dolenti, non importa) emergano dall’indifferenza, si avvicinino, si lascino scrivere.

 

Se ho scritto è per pensiero

perché ero in pensiero per la vita

per gli esseri felici

stretti nell’ombra della sera

per la sera che di colpo crollava sulle nuche.

Scrivevo per la pietà del buio

per ogni creatura che indietreggia

con la schiena premuta a una ringhiera

per l’attesa marina – senza grido – infinita.

 

Scrivi, dico a me stessa

e scrivo io per avanzare più sola nell’enigma

perché gli occhi mi allarmano

e mio è il silenzio dei passi, mia la luce deserta

– da brughiera –

sulla terra del viale.

 

Scrivi perché nulla è difeso e la parola bosco

trema più fragile del bosco, senza rami né uccelli

perché solo il coraggio può scavare

in alto la pazienza

fino a togliere peso

al peso nero del prato.

 

L’immagine: Richard Long