Alberto Cappi, “Bordertime”, Il ponte del sale, 2010

«Bordertime: tempo di confine e confine del tempo. Nella nostra civiltà-limite sarà anche la città del tempo. Dalla coltre traforata del confine s’inabissano o risalgono i miti, le figure immaginarie che ora prendono parola e possono viverci accanto, quotidianamente agire con noi, dimorare, coabitare. Assieme: tra fumiganti cieli, terrorismo, paure, guerre, speranza, incerte tracce, nomi destinali, sacrificio. La poesia vuole esserne favola, musica, voce, racconto.»

Si apre così Bordertime (il ponte del sale, 2010), il libro finale affidato da Alberto Cappi (1940-2009) alla cura di Marco Munaro. Libro che non vide. Visionaria ed estrema immagine della nostra civiltà posta alla fine del suo tempo. Libro di frontiera e di periferia, dove inizia ad accadere il cambiamento. Metamorfica realtà in cui tutto si confonde e convive, e l’instabilità è l’unica dimensione possibile poiché tutto è rimesso in gioco. Il libro è un viaggio all’interno di questo mondo in cui il tempo non esiste più, almeno non come l’abbiamo conosciuto, e passato e futuro si scambiano il passo in un presente abitato da Caronte e ninfe, angeli ed elfi, Medusa e Cerbero… ma niente è più ciò che è stato, così come niente sarà come è immaginato. Il tempo di confine è un presente allucinato, questo tempo.

Trentuno poesie che sono trentuno stazioni di un viaggio (sciamanico?) in quella periferia che è anche il confine tra la vita e la morte, ma soprattutto dentro, ancora più dentro, all’essere che siamo.

 

p. 15

La paura traccia graffiti

sul muro del tempo. Passa

un taxi tra le umide radici

del ponte. – Ehi, mi porterai

al confine dove giocano gli

oracoli? –

Sera è bombardata di stelle.

Pioggia: acqua fine del canto.

 

p. 33

La Parca perduta alle sorelle resta

col gomitolo del giorno in mano.

Che fare del filo? Come articolare la

parola della morte? La sorte ha voluto

che ancor prima della rinascita la

vita sia fuggita. Rimane l’illusione,

remare contro il tempo. Saremo ombre

sulla riva del canale che la città

divide, fronde dell’albero caduto e

muto niente. (Sapete? La poesia non

cela: rivela).

 

p.35

Lontano lo gnomo si celava nell’imbuto

della notte. Le parole migravano come

foglie che colorano il volto del vento.

Si accesero le finestre e l’ombra rise

risuonando con tocco di campana. Passavano

auto feroci come belve sciolte alla catena.

Il pittore liberò la luna che annegava

nel profumo di vernice. La giostra, si dice,

animò i suoi cavalli muti. Dondolava una

gondola semi d’infanzia. E sogni. E rotti

remi.