Al Mercato Centro Culturale di Argenta, nell’ambito della mostra di Paolo Pallara “OWN NOW”, 3 amiche e 3 amici mi aiutano a presentare “Il nascosto dell’opera”

Frammento 26

L’opera che ho di fronte mi raccoglie, mi mostra, mette in mostra me, mi espone.

L’opera mi chiede di ascoltare domande o di porle, oppure ancora mi porta nella dimensione imperfetta delle domande alle quali molto spesso l’unica risposta sensata è lo stupore, che poi è nuova domanda e nuovo stupore, e così via, fino al punto in cui comprenderò di comprendere e di essere compreso (l’intimità?), di essere preso con l’opera.
Nient’altro, se non un rinnovato stupore per un dialogo il cui fine non è rivolto alla conclusione, ma all’attenzione (cura?) guadagnata di volta in volta.

Come a dire che la conclusione è il sentiero camminato per raggiungerla.

 

Frammento 37

Il sé e l’altro nell’arte soggiornano, si vedono vedersi ma non si specchiano, si “immaginano” e perciò pensano insieme malgrado il tempo li separi, e forse si sanno come può sapersi chi è oggetto di uno sguardo.

L’autore nel fare l’opera mi ha immaginato. Ha lasciato qualcosa da fare anche a me. Io sono il destinatario e il depositario dell’opera. In qualche modo che non conosco lui mi ha visto e io, non so come, l’ho visto, e io lo sto vedendo.

L’opera è quel punto nello spazio e nel tempo in cui noi ci incontriamo.

 

Frammento 77

[…]

L’ignoto – che è enigma –, l’avanzare verso esso, verso il nuovo, ci pone in una condizione di fragilità. E in questa condizione di fragilità, in cui tutti i sensi si attivano, in cui tutta la nostra attenzione si acuisce, ecco che lo spazio si apre nel momento stesso in cui tu avanzi.

Quello spazio aperto puoi chiamarlo radura (Heidegger) oppure anche “chiaro bosco liberato” (Rilke). È comunque il luogo in cui tu partecipi del nascente nell’atto in cui dall’opera si rivela ciò che era (ma continua a restare) nascosto.

Sarà proprio questo suo restare “nascosto” a rivelarcene la presenza.

 

L’immagine è di Paolo Pallara.