Agota Kristof: “Emigranti”, da “Chiodi”, Casagrande, 2018

Agota Kristof (1935-2011) fuggì nel 1956 dall’Ungheria invasa dall’Armata rossa, si stabilì a Neuchâtel dove abbandonò la sua lingua madre per quella francese. In questa scrisse tutti i suoi libri che la resero giustamente famosa, eppure la considerò “lingua nemica”. Nemica perché si sostituì a quella della sua terra diventando il simbolo dell’emigrazione forzata, perché se ne impadronì a fatica, e perché con questa scrisse tutti i suoi romanzi revisionandoli parola per parola con dizionario alla mano. Scrivere in francese significava insomma per lei trasferire nelle sue parole il senso del disagio, del dolore, dell’inadeguatezza.
Fu tuttavia quest’esercizio a costringerla ad asciugare fin quasi alla crudeltà la sua scrittura, che rimase asciutta anche nelle poesie che nel corso del tempo scrisse in gran parte in ungherese e ora tutte raccolte in Chiodi, preziosissima testimonianza di una vita condannata all’abbandono, non per scelta ma per violenza, e oggi più che mai attuale.
Riporto qui soltanto una poesia, Emigranti, scritta da una persona che emigrante lo fu per tutta la sua vita trascorsa a Neuchâtel, e malgrado i numerosi e altissimi riconoscimenti internazionali. Una poesia che potrebbe avere il valore di uno schiaffo in faccia a chi parla di “pacchie”, non fosse che queste facce non hanno la dignità di un volto.

Camminate leggeri su strade diritte
che non portano da nessuna parte
noi ci sorridiamo come freschi innamorati
mi guardavano pensose le case e i giardini
non lasciano alcuna impronta su di voi
sgusciate come nubi sopra torri e monti
i vostri piedi senza radici non si feriscono
da grande distanza guardate i vostri dolori
senz’anima scaturiti da voi
il domani ormai alle vostre spalle le nostre mille speranza
annuiscono in lacrime abbracciamoci veloci
dalle vostre labbra immobili sale il fumo
così triste delle canzoni morte
frusciano bianchi gli alberi sul ciglio della strada e
voi salutate con mani prive di luce
finché vi sciogliete nella corsa di un treno mattutino
frastornati dallo sferragliare delle ruote

(trad. Vera Gheno)

L’immagine: Anselm Kiefer, Twilight of the West (Abendland), 1989