A tempo e luogo, 2016

Angelo Andreotti: “A tempo e luogo”, 2016

A tempo e luogo è uno dei modi per tradurre il greco kairos, cioè quel tempo in cui le cose accadono quando è giunto il loro momento, ma che cogliamo soltanto se abbiamo pazienza e cura per ciò che ci circonda.

È il motivo per cui questi versi dicono con serena comprensione, e insieme attenzione e considerazione, del tempo e dei suoi luoghi e dei luoghi con i loro tempi. E ambiscono ad una corrispondenza armonica fra autore e lettore.

La voce che nel sonno fu richiamo
scagliando il tempo sulla schiena di un sogno
stupì il buio
ruppe le ore.
Non in quel che disse
ma dentro al suono
avvertimmo un senso come in lontananza:
parole sorrise
che deciframmo
dai bisbigli nella stanza accanto
svuotata e chiusa da molte stagioni.
Nel riflesso di uno specchio
sentimmo battere a una porta chiusa.
Un respiro entrò dalla finestra
gonfiando le tende in bianca aria
mentre le lunghe braccia dei frassini
trattenevano il cielo a distanza.
Il vento
nel giardino
prese il passo pensoso di un dio:
meditando tutto toccava
ma nulla afferrava
se non qualche odore
e gli echi
di un chiamare di cui si è perso il nome.

Ascoltami:
poiché non sentiremo
alcuna voce indicarci l’uscita
dovremo arretrare di un passo
dovremo girarci e guardarci
dovremo addentrarci nel bosco
perderci insieme
evitando con cura i sentieri.
Allora troveremo quelle parole
così giuste
così indefinibili
dove il pensiero sostando si esalta
scoprendovi sempre qualcosa di nuovo
e pronunciandole a voce alta udremo
dal corpo diffondersi il suono
e ormai senza alcun riparo
spaziare nella verità
che si alterna tra me e te.

Nulla noi conosciamo del mare, solo il fiume,
il nostalgico fiume, ne ricorda qualcosa
e torna all’origine come fosse il futuro
penetrando le falde di una terra che gli è sposa.
Più lontano ancora del mare c’è la memoria,
la sempre presente, la sempre assorta in sé stessa,
e nella sua immensità le nostre mani tremano
appoggiate a scalmi consunti da tanto andare
tra una sponda e l’altra, tra rimpianti e desideri,
ricordi e speranze.
Noi in continuo movimento
siamo presi da un corso di cui ignoriamo il senso.
Perciò ti dico che il futuro è un tempo presente,
un tempo che solo il passato può immaginarsi,
oppure lo può il sognare di un dio meditante
per dimorarvi le forme di ciascun inizio,
per dare una direzione
non certo un itinerario.
Ma ogni dio è disumano, e sempre a noi si accosta
con quel passo lieve di piedi nudi sull’erba
e l’algida inesistenza dell’ovunque esistente
affinché vada compiendosi il nostro stare al mondo.

Io non so se il tempo sia un dio, un essere alato,
l’imperfetta ostinazione di un cronometro,
oppure una menomazione dell’eternità
in bilico tra misericordia e redenzione,
quello che so è di averne un sentimento inafferrabile.
Curvo è il tempo, e curva è la vita,
in apparenza nascosti l’uno dentro l’altra,
entrambi intenti a unire fine e principio
senza che fine e principio giungano a toccarsi.
Noi, stretti tra le spire di questa via perenne,
in fondo nulla chiediamo
e nulla vogliamo
se non quel po’ di spazio tra vita e tempo
che ci consenta di schivare il dolore
della mancanza, dell’assenza, del provvisorio.
Ma il dolore è il prezzo pagato agli dei
che non sanno,
se non da noi,
la gioiosa esultanza di ogni inizio
e la sconcertante ignoranza del dopo
che sbreccia i recinti del possibile.