14 novembre 1951 / 2001 – Eliot e il fiume

Non saranno mai certi gli errori che favorirono lo straripamento del Po il 14 novembre 1951, causando l’alluvione del Polesine. Sicuramente la sottovalutazione della piena eccezionale, probabilmente l’incompetenza delle istituzioni pubbliche, l’assenza di mezzi meccanici adeguati, la scarsa responsabilizzazione delle popolazioni rivierasche per ragioni sociali e politiche. Ma non importa. Le vittime furono molte e gli sfollati tantissimi.  Fu un disastro che causò all’economia agricola del territorio danni ingenti, e sforzi enormi per ripristinare le campagne. Nei ricordi dei miei genitori e nei miei parenti questa catastrofe mi coinvolse. Come mi coinvolse l’amore che, malgrado tutto, nutrirono per il grande fiume.

Cinquant’anni dopo, il 14 novembre 2001, qualcuno ebbe l’idea di posizionare una pietra ne punto esatto in cui si ruppe l’argine, e su quella pietra fece incidere i primi versi (ormai quasi più leggibili, e anche questo è un segno) del terzo dei Quattro quartetti di Thomas S. Eliot, I Dry Salvages, nella traduzione di Filippo Donini. Ovviamente Eliot parla del fiume della sua infanzia, il Mississippi, ma leggendo questi versi è quasi scontato trovare la stessa impressione che si ha di fronte al Po, e individuare le stesse indifferenze e diffidenze che l’uomo matura nei confronti dei grandi fiumi, abbandonandoli a sé stessi non appena perdono la loro valenza commerciale.

 

Io non so molto degli dei; ma penso che il fiume

sia un forte dio bruno, –  scontroso, indomito e intrattabile,

paziente fino a un certo punto, dapprima riconosciuto come una frontiera;

utile, senza fidarsene troppo, come veicolo di commerci,

e poi solo un problema per il costruttore di ponti.

Una volta risolto il problema, il dio bruno è quasi dimenticato

dagli abitanti delle città, – ma sempre, tuttavia, implacabile,

fedele alle sue stagioni e alle sue furie, distruttore, ricorda

agli uomini ciò che essi preferiscono dimenticare.

 

Fin qui la pietra, ma continua passando dal fiume al mare con un confronto senza perdono.

 

                                                                                          Non l’onorano, non lo propiziano

gli adoratori della macchina, ma lui aspetta, veglia ed aspetta.

Il suo ritmo era presente nella stanza dei bambini,

nell’ailanto nauseabondo del cortiletto d’aprile,

nell’odore dell’uva sulla tavola d’autunno,

e nella veglia d’inverno sotto la luce a gas.

Il fiume è dentro di noi, il mare tutto intorno;

il mare è anche l’orlo della terra, il granito

entro il quale si addentra, le spiagge dove scaglia

le sue testimonianze di una creazione diversa e più antica:

stelle di mare, granchi a ferro di cavallo, ossi di balena;

le pozze dove offre alla nostra curiosità

le alghe più delicate e gli anemoni di mare.

Scaglia ciò che noi perdiamo, la rete lacerata,

la trappola per le aragoste fracassata, il remo spezzato,

gli arnesi di stranieri morti. Il mare ha molte voci,

molti dei e molte voci. […]